Finale Emilia, Rivara, Arborea. Perchè la nostra battaglia durerà ancora a lungo.

La Torre dei Modenesi di Finale Emilia

di Paolo Piras

Ieri, venerdì 5 ottobre, ho partecipato ad un dibattito sui rischi delle trivellazioni per la ricerca di idrocarburi e le possibili correlazioni con il terremoto in Emilia. Il dibattito si è svolto a Finale Emilia, qualche chilometro a nord di Modena e Bologna. Nel pieno epicentro del terremoto dello scorso maggio.

Lo dico subito: non ci sono prove che possano certificare come il terremoto dello scorso maggio sia stato causato dalle trivellazioni che da oltre cinquant’anni interessano la Bassa Padana. Non ci sono prove. Però ci sono molti dubbi, legittimi. E questi sì, provati.

Al tavolo dei relatori sedevano la Prof.ssa Maria Rita D’Orsogna, che chi segue le attività di questo comitato ha imparato a conoscere molto bene, e il Prof. Franco Ortolani, Ordinario di Geologia all’Università Federico II di Napoli.

I temi toccati sono stati vari: dai rischi generali derivati dall’estrazione di idrocarburi alle contaminazioni del territorio, alle malattie indotte sul corpo umano. Passando ovviamente per le zone di trivellazione della Bassa e l’analisi delle faglie e dei luoghi in cui sono situati i giacimenti, quasi tutti in prossimità delle faglie tettoniche.

Come detto, non ci sono prove del rapporto causa/effetto. È certo però che spesso ci sono effetti di correlazione, e non solo in Emilia, ma anche in Russia, Uzbekistan, Ohio e diverse altre zone del pianeta. Insomma, studi scientifici che collegano in qualche modo l’attività estrattiva ai terremoti ce ne sono parecchi, ma non siamo qui per stabilire quale sia la causa del terremoto.

Quel che è certo è che abbiamo imparato una cosa da un anno a questa parte, che ripetiamo in ogni assemblea e che è stata ripetuta anche ieri sera: il rischio zero non esiste.

Non esiste alcuna attività estrattiva che si possa definire scientificamente sicura. È una bugia.

Se qualcuno verrà a dirvi che “il pozzo è sicuro”, che “non ci sono rischinon credetegli. Vi sta mentendo. E chi lo fa mente con cognizione di causa, in assoluta malafede. E non per niente quando nelle scorse settimane abbiamo girato i pozzi e le centrali presenti nell’Emilia Romagna, alcuni di questi erano chiusi e in blocco di produzione.

Finale Emilia è uno dei paesi maggiormente colpiti dal terremoto in Emilia di fine maggio. La Torre dei Modenesi, il monumento storico del paese, con 800 anni di storia sul groppone, è completamente crollata. L’immagine di quell’orologio spaccato a metà rimasto instabile per alcune settimane è passata su tutti i Tg ed è rimasta impressa nelle menti di milioni di persone. Figuratevi nelle menti di chi questo paese lo abita.

A pochi chilometri da qui ci sono Rivara e San Felice sul Panaro. Anche questi due centri sono stati colpiti e devastati dal sisma.

Ma Rivara non è conosciuta soltanto per il terremoto. Qui, da circa sei anni, c’è in ballo un progetto per la realizzazione di un sito di stoccaggio di gas. A differenza di ciò che avviene solitamente però, il sito di stoccaggio di Rivara è vergine, ovvero non è un giacimento esausto.

Perché di solito succede così: si sfrutta un giacimento, lo si esaurisce, e quando la sacca è vuota la si sfrutta per reiniettare gas o petrolio nel sottosuolo ed avere così una riserva. È successo a Cortemaggiore, a Minerbio, succede, seppure in maniera diversa, a Rivara.

E chi ci vieta di pensare che non potrà succedere ad Arborea? Chi ci dice che – eventualmente e malauguratamente – una volta esaurito il giacimento di S’Ena Arrubia, la Saras non lo voglia poi sfruttare per ripompare al suo interno gas o altri tipi di idrocarburi e utilizzarlo come bombolone di riserva?

Al convegno ho appuntamento con Giuliano del comitato No Gas nella Bassa. Giuliano è un signore sulla cinquantina pacato e sorridente, in compagnia della moglie e di un’altra decina di attivisti del comitato. Occhialini, baffetti e camicia in jeans. Un signore come mille altri ce ne sono, qui a Finale Emilia e in tutta Italia. Un cittadino.

Ci faccio una chiacchierata per capire un po’ come sono nati e come si sono mossi. Ingenuamente gli chiedo se sono nati dopo il terremoto, se le loro preoccupazioni sono arrivate in seguito alle scosse.

La risposta è fulminante: “siamo attivi da sei anni. E non abbiamo ancora finito. Per ora li abbiamo bloccati, ma il progetto non è stato ritirato e non è detto che in futuro loro non ricevano l’autorizzazione”.

Ammetto che quando pronuncia le parole sei anni rimango spiazzato. Il solo pensiero che tra sei anni ci possiamo ritrovare ancora a combattere contro la Saras e a dover spiegare i rischi dell’estrazione di idrocarburi mi spaventa terribilmente. Per di più se vai a pensare che “noi per ora ce l’abbiamo fatta, ma non è detto che pure a voi vada bene, non si sa mai come si muovono questi”. E come dargli torto?

Il progetto di Rivara è in piedi dal 2006, ha resistito a tre governi italiani, tre legislature della Regione Emilia Romagna e altrettante nei comuni interessati. In tutti i casi il progetto è rimasto in piedi, nonostante le prese di posizione e i tentativi di bloccarlo, nessuno è mai riuscito a scrivere definitivamente la parola FINE su questo progetto.

Bastano cinque minuti per rendermi conto delle affinità tra il Progetto Eleonora, il progetto dello stoccaggio di gas a Rivara e altre decine di progetti di trivellazione in Emilia e in tutta Italia: società a capitale sociale di 10.000 euro, aziende che si autocertificano l’assenza di rischi, amministratori in bilico che non sanno mai se dire sì o no. Tutto è perfettamente identico. Fatto con lo stampino: metodi, procedura, schema d’azione. Perfettamente identico.

Così come è identico il momento di rottura: cittadini che vogliono partecipare ed essere informati, che capiscono che se nessuno li vuole coinvolgere nel processo decisionale c’è qualcosa che non va. E così è.

Chiedo qualche numero: il comitato di Rivara è formato da 25 persone. Nel direttivo.

I tesserati sono oltre 500, nel giro di qualche mese hanno tirato su una petizione con 50mila firme per chiedere la bocciatura del progetto. Eppure non è ancora finita.

Quando il dibattito finisce si avvicina un’altra signora del comitato di Rivara, mi fa gli auguri perché “avete appena iniziato”.

Ma le parole che mi rimangono in mente sono altre: “siamo sei anni che lottiamo per difendere la nostra terra, il posto dove abitiamo. Lottiamo ancora oggi, che abbiamo una casa distrutta, che dormiamo senza un tetto portato via dal terremoto. Abbiamo perso tutto, ma non permetteremo che ci portino via anche l’ultimo pezzo di terra e che ci mettano un bombolone di gas sotto i nostri piedi”.

Conoscendo il lavoro, la stanchezza e le tensioni che una battaglia del genere accumula sulle persone che poi sono costrette a scaricarle sui loro cari le chiedo, scherzando, se qualcuno ha mai rischiato il divorzio a causa del comitato. “Abbiamo prevenuto: nel comitato ci siamo sia io che mio marito, così quando uno non ce la fa lo sostituisce l’altro, almeno ci esauriamo un po’ a turno. Ma non molliamo. Continuiamo a lottare. E a partecipare”.

Partecipare. Questa è la parola chiave. Questa è stata la forza del Comitato di Rivara e questa fino ad ora è stata la forza del Comitato No al Progetto Eleonora. Non si può sperare di bloccare dei giganti dell’industria petrolifera senza partecipazione.

Ovunque si parli di gas, stoccaggi, pozzi estrattivi, il comitato di Rivara è presente. Siano dibattiti, assemblee, tavoli tecnici, consigli comunali. Si deve partecipare per far sentire la propria voce.

Si deve dimostrare che si è in tanti, uniti, a voler difendere la propria terra. Questo è l’aspetto fondamentale. Questo è ciò che abbiamo chiesto sin dall’assemblea del 28 dicembre 2011: la partecipazione di tutti i cittadini.

Abbiamo una sola occasione per bloccare questo progetto, non ci verranno date seconde chance: non sprechiamola. Sosteniamo tutte le iniziative e tutte le occasioni di incontro e di dibattito per sensibilizzare e allargare il fronte del No al Progetto Eleonora.

Questa è l’unica cosa che possiamo continuare a fare con decisione. A cominciare dall’evento di domani a S’Ena Arrubia: Eurobirdwatch 2012.

Vi aspettiamo, numerosi e decisi.

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7 risposte a “Finale Emilia, Rivara, Arborea. Perchè la nostra battaglia durerà ancora a lungo.

  1. Ciao Cristiano, fatti un giro per la Bassa Padana, annusa l’odore di merda che esce dai pozzi di San Possidonio, metti i piedi sopra la terra molliccia del pozzo Cavone, parla con gli agricoltori che hanno pescato dai pozzi artesiani acqua nera oleosa, parla con i geologi che conoscono ogni millimetro dell’acquifero dove vorrebbero ficcare il gas a Rivara, poi ne riparliamo. A sparare cazzate vai da un’altra parte.

  2. come su FB :
    mi vado a fare un giro per la Bassa? ok, esco di casa visto che abito a 20 km dall’ epicentro e per lavoro le giro tutte. Tra l’ altro sarei pure un geotecnico. Quei fenomeni esistono da sempre SEMPRE!!!! e solo un ciarlatano ignorante può scrivere un articolo simile basato sul ” si dice”, ” pare” ecc… Ora chi le ha dette le cazzate? Devi vergognarti, VERGOGNARTI di scrivere idiozie simili. E poi, i fertilizzanti e la merda di vacca invece fanno bene e su quelli non vi mobilitate vero?

    • Caro Cristiano, sono un allevatore (le mie vacche fanno merda in quantita) e anche membro del comitato e ti assicuro che nel nostro pasese come in tanti altri si e’ lavorato e investito per rispettare le normative europee in merito ai parametri di nitrati provenienti da reflui zootecnici. Non capisco perche’ visto che usiamo i fertilizzanti che possono, se usati impropriamente inquinare, dobbiamo obbligatoriamente e contro la nostra volonta’ ospitare pozzi per l’estrazione di idrocarburi. Secondo il tuo ragionamento quindi visto che anche le sigarette fanno male, si dovrebbe fare un pozzo nel giardino di ogni fumatore? Mi pere che il tuo discorso fili poco, di pure le tue cazzate ma i rischi li conosciamo bene, sono tutti dimostrati e non sara’ l’opinione di un tecnico un po troppo “gasato” a farci cabiare idea. Noi non voglimo attivita’ estrattive! Fattene una ragione.

  3. Ah, meno male che sei un esperto, per caso fai pure consulenze per l’ENI? No sai, perchè ultimamente sono pochi i geotecnici che non hanno rapporti con l’ENI. Pure io abito in Emilia, quindi caschi male. Forse saresti dovuto esser lì ieri sera, a sollevare i tuoi dubbi. Chi è che scrive un articolo basato sul si dice? Appena sarà disponibile il video della serata guardati la sfilza di pubblicazioni che sono state citate, poi vediamo chi è che dice le cazzate.
    E’ vero o no che i giacimenti di idrocarburi si trovano in prossimità delle faglie? E’ vero o no che se vai ad operare in prossimità delle faglie rischi di attivarle a seconda del grado e della quantità di operazioni che metti in atto? Sei un geotecnico? Allora dovresti conoscere la differenza tra rapporti di correlazione e rapporti di causa/effetto, infatti si parla di correlazione, rileggi bene. Il fatto che quei fenomeni esistano da sempre non è una giustificazione per continuare a pompare ed estrarre gas o petrolio dal terreno. Tutti noi prima o poi dobbiamo morire, cosa facciamo, ci suicidiamo oggi tanto è lo stesso?
    Sui fertilizzanti e i liquami continui a sparare cazzate, i limiti sono stati imposti e vengono rispettati, i pozzi di controllo ci sono per tutta Arborea e la situazione è totalmente diversa da com’era dieci anni fa, però fa sempre comodo agli ignoranti continuare a raccontare la storiella che Arborea è inquinata.
    Anche qui ragioni allo stesso modo: siccome concimate il terreno allora tanto vale metterci pure un pozzo per estrarre idrocarburi. Non è proprio la stessa cosa la merda di vacca e l’idrogeno solforato.

  4. Purtroppo Cristiano ti manca la geobiettivita’ …che per un geotecnico e’ fondamentale per rispettare la verita’ scientifica e tenica…se no devi fare un suplemento di studi e di pratica…ragiona abbandonando i pregiudizi…potrai essere piu’ convincente…!

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